venerdì 11 novembre 2011

Luca Sofri su Jesus Blood Never Failed Me Yet

Il natale del barbone
Luca Sofri


A Natale, mi chiamano i parenti. Ogni anno. Che c'è di strano, direte voi. È che non mi fanno gli auguri. Si dimenticano. Mi hanno chiamato solo per un motivo. Sanno che scrivo di musica e hanno un sacco di regali da fare. Mi consigli dei cd da regalare?, dicono. Se esito, se mi diffondo in alternative, si seccano. Vogliono andare a colpo sicuro, entrare nel negozio con un foglietto e i nomi. Quest'anno mi sono preparato. Dirò "Is a woman" dei Lambchop ai più anziani, e "Unplugged" di Lauryn Hill ai più giovani. Risolto. Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare del fatto che qualche volta, dopo Natale, qualcuno mi chiama per ringraziare. Un ottimo consiglio, dicono, è stato molto apprezzato. Bene: nove anni fa mi richiamarono tutti. Tutti: mia madre, le mie tre zie, mio fratello, mia cugina, la mia matrigna, quattro amici, il mio ex professore di storia dell'arte. Un successone. Che avevo fatto? Gli avevo raccontato una storia.

La storia è questa. Gavin Bryars è un musicista contemporaneo non facile da etichettare. Nei negozi ­ quando ce l'hanno ­ lo mettono a volte nel reparto classica, a volte in quello jazz, a volte nelle colonne sonore, a volte dove capita. Ha fatto musiche per opere teatrali, per film, per programmi tv, opere classiche a se stanti, progetti d'avanguardia. Una volta stava girando per Londra con un registratore in cerca di suoni per un programma della BBC. Si imbattè in un barbone forse ubriaco che trascinava ripetitivamente tra i pochi denti una canzoncina. Non era proprio una canzoncina. Una specie di canto religioso: diceva "Il sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora", e lo ridiceva, e lo ridiceva. Bryars si portò a casa il suo nastro e lo tenne lì. Ogni tanto lo riascoltava e ci pensava su.
"Jesus blood never failed me yet" fu pubblicato nel 1993. Dura settantatrè minuti. Per settantatrè minuti si ripete circa centocinquanta volte la stessa strofa sottratta quella notte alla voce del barbone londinese, campionata e ripetuta per tutta l'opera e accompagnata da un arrangiamento orchestrale sempre più denso, che parte da pochi archi e si arricchisce man mano di altri strumenti, cori, e infine una seconda voce solista che chiude la composizione sottobraccio al barbone. Una voce straordinaria, e la più associabile a quella di un barbone ubriaco, avrà pensato Bryars prima di telefonare a Tom Waits. Il disco è straordinario, unico, notturno, struggente. E natalizio.

Quando spiego loro di cosa è fatto, i parenti sorridono. Diffidano. Sai che noia, vorrebbero dire. Come voi adesso. Non hai niente di più normale? Poi lo ascoltano, e sorridono ancora. Alcuni fingono di addormentarsi, per prendermi in giro. Dopo lo riascoltano, e ancora. Poi, una sera che mi hanno invitato a cena, glielo trovo accanto allo stereo. Mi affaccio alla cucina dove il padrone di casa sta lavorando con un mestolo e una pentola, e il grembiule attorno alla vita, e glielo sventolo davanti agli occhi. Sorridono ancora. L'hanno comprato; dopo lunghe ricerche, perché non è facile da trovare.

Jesus Blood Never Failed Me Yet Piano Tom Waits singer

Gavin Bryars (feat. Tom Waits) - Jesus' Blood Never Failed Me Yet (Part 5)

giovedì 10 novembre 2011

Limare, ma non troppo












Non forbire, non limare troppo, sii sgraziato e audace. La brevità è la sorella del talento.


(op.cit. pag.42)

Tom Waits - Midnight Lullaby

Tom Waits - Martha (Rare Live Performance - Denver, CO 1974)

Tom Waits - Martha

Di nuovo Cechov

Lo spirito di partito, specie se mediocre e arido, non ama la libertà e l'ampiezza d'orizzonte.


(op.cit. pag.94)

lunedì 7 novembre 2011

Ancora Cechov










Soltanto gli imbecilli e i ciarlatani sanno e comprendono tutto.


(op.cit. pag.82)

domenica 6 novembre 2011

Oggi, a casa mia

Quando piove, passeggio per casa.

(Marco Santoro, scultore, pittore, oggi alle 19.03 a casa mia)

E' noto












E' noto che la gente cupa, i melanconici, scrivono sempre cose allegre, mentre la gente gaia con i suoi scritti suscita malinconia.


Anton Cechov, Senza trama e senza finale, 99 consigli di scrittura, minimun fax 2002, pag.33)

sabato 5 novembre 2011

Leonardo D'Aria, Via Ciccotti, 10, EdiViMa 2009

Non son figlio
di Gesù
non son figlio
di Maria
ma...
di chi cazz'
so' figlio?




E' diventato
anziano
il mio anno
di nascita.





Spesso
la paura mi consiglia di
tornare indietro.
Quanto mi sento di fottere!

Ancora Roger McGough

40 - LOVE

coppia - di
mezza - età
gioca - a
ten - nis
quando - la
partita - è
finita - e
vanno - a
casa - la
rete - è
sem - pre
lì - fra
lo - ro






(Roger McGough, Eclissi quotidiane, Medusa 2004, pag.89)

domenica 30 ottobre 2011

Oggi, 30 ottobre 2011, domenica.

Da oggi è ufficiale. In Italia, anche l'ora, è illegale.

giovedì 27 ottobre 2011

Un Record

Un mio romanzo, anni fa, è stato rifiutato (anche) da un editore per una sua collana. La collana si chiamava LdM: Libri di Merda.

Fumo













"Se non fumo, non posso scrivere. Non mi riesce, comincio ma non riesco ad andare avanti" si dice di solito, e anch'io lo dicevo. Che significa ciò? Significa o che non hai niente di cui scrivere, oppure che quello che tu vorresti scrivere subito, non è ancora giunto a maturazione nella tua consapevolezza, e sta soltanto cominciando a prender forma, e quel critico che vive in te e ti valuta, non essendo drogato dal tabacco, ti sta dicendo che appunto così stanno le cose.

(Lev Tolstòj, Perché la gente si droga?, Oscar Mondadori 2008, pag.20)

mercoledì 26 ottobre 2011

Le orecchie in scatola di Roger McGough












Aspetto in corridoio
che mi tiri le orecchie.
Sono nervoso perché il Prof. O'Hanlon
è un orco che mantiene la parola.

Per venti minuti
lascio che la mia fantasia
si sbizzarisca da sola.
Ho troppa paura per seguirla.

Userà quel coltello con la croce svizzera
per cavarmele con un taglio netto? Le morsicherà?
Le toglierà seguendo la linea tratteggiata?
Le strapperà di colpo come cerotti vecchi?

In risposta all'incitamento della folla
solleverà la mia testa al cielo
come fosse la Coppa dei Campioni
e tirerà i manici? Aahhiiii...

E poi la scatola. Di cartone?
Forse una vecchia scatola di sigari? O un paio?
Bare singole di pino verniciato.
S e D. "Passate a miglior vita".

Adesso sono impaziente, ho voglia di cavarmi
il dente. Suonano le quattro.
Con le mani dove di-solito-c'erano-le-mie-orecchie, passo
sotto le forche caudine dei ragazzi che mi prendono in giro.

Alle sei la mamma torna a casa stanca
dopo una dura giornata alla fabbrica di pangrattato.
Le dò la scatola. L'apre
e urla qualcosa. Le dico:

"Come?"




(Roger McGough, Eclissi quotidiane, Medusa 2004, Traduzione e cura di Franco Nasi, pag. 21)

martedì 25 ottobre 2011

Ja












Un anarchico è soltanto uno che pratica l'anarchia, le avevo detto nel bosco di larici, ora lei me lo fece ricordare di nuovo. L'anarchia è tutto in una testa dotata di spirito, disse, ripetendo soltando un’altra delle mie citazioni. La società, non importa quale società, deve sempre essere rivoluzionata e soppressa, disse, e di nuovo quello che aveva detto era una mia asserzione.


(Thomas Bernhard, Ja, Guanda 2003, pag.101)

caldo/freddo












Un moscone ronza
sbattendo contro le pareti
e contro i vetri.

Per strada
quelli che si lamentavano del freddo
ora si lamentano del caldo.

Io
da un po' di tempo me ne sto zitto
ascolto e annuisco
pensando ai fatti miei.


pz 4.7.1988


(I Canti di Onan, Ed. Ermes 1999, pag.17)

sabato 22 ottobre 2011

Henri Salvador: Jardin d'hiver





Jardin d’hiver – Henri Salvador

Je voudrais du soleil vert
Des dentelles et des théières
Des photos de bord de mer
Dans mon jardin d’hiver

Je voudrais de la lumière
Comme en Nouvelle Angleterre
Je veux changer d’atmosphère
Dans mon jardin d’hiver

Ta robe à fleur
Sous la pluie de novembre
Mes mains qui courent
Je n’en peux plus de l’attendre
Les années passent
Qu’il est loin l’âge tendre
Nul ne peut nous entendre

Je voudrais du Fred Astaire
Revoir un Latécoère
Je voudrais toujours te plaire
Dans mon jardin d’hiver

Je veux déjeuner par terre
Comme au long des golfes clairs
T’embrasser les yeux ouverts
Dans mon jardin d’hiver

Ta robe à fleur
Sous la pluie de novembre
Mes mains qui courent
Je n’en peux plus de l’attendre
Les années passent
Qu’il est loin l’âge tendre
Nul ne peut nous entendre

(trad.) Giardino d’inverno

Vorrei del sole verde
centrini e teiere
delle foto balneari
nel mio giardino d’inverno

Vorrei la luce
del New England
voglio cambiare atmosfera
nel mio giardino d’inverno

La tua gonna a fiori
sotto la pioggia di novembre
le mie mani che corrono
non ne posso più di aspettarti
Passano gli anni
com’è lontana la giovinezza
nessuno può sentirci

Vorrei un po’ di Fred Astaire
rivedere un Latécoère
vorrei continuare a piacerti
nel mio giardino d’inverno

Voglio pranzare per terra
come lungo i golfi chiari
baciarti a occhi aperti
nel mio giardino d’inverno

La tua gonna a fiori
sotto la pioggia di novembre
le mie mani che corrono
non ne posso più di aspettarti
Passano gli anni
com’è lontana la giovinezza
nessuno può sentirci

Nel mio giardino d’inverno

altrove

Non so come
non so dove
ma tra te e me
c'è sempre un altrove.


1.8.94

un incipit












L'unico modo per non temere la morte è non pensarla e non crederle. Voltarle le spalle, anche se lei è ovunque, e non puoi voltare le spalle a ciò che è ovunque. Puoi voltare le spalle al deserto? Uno dei misteri della morte è proprio questa nostra follia: tentare di non temerla.

(Stefano Benni, La traccia dell'angelo, Sellerio, 2011)

venerdì 21 ottobre 2011

il grande Philip Roth













Una ragazza in effetti c’era. Non era ancora in ballo, però ci avevo già messo gli occhi sopra. Era una studentessa del secondo anno che come me si era appena trasferita a Winesburg, pallida e snella, con capelli castani scuri e un modo di fare che m’intimidiva per come mi pareva distaccato e risoluto. Seguiva le mie stesse lezioni di storia americana e a volte sedeva proprio accanto a me, ma non volendo correre il rischio di sentirmi dire di lasciarla in pace, non avevo trovato il coraggio di farle neppure un cenno di saluto, e tanto meno di parlarle. Una sera la vidi in biblioteca. Ero seduto a una scrivania al piano rialzato che si affacciava sulla sala di lettura; lei era a uno dei lunghi tavoli di sotto, e prendeva diligentemente appunti da un testo di consultazione, Due cose mi ammaliarono. Una era la scriminatura fra i suoi deliziosi capelli. Non ero mai stato così vulnerabile alla scriminatura fra i capelli di una ragazza. L’altra era la sua gamba sinistra che, accavallata sulla destra, dondolava ritmicamente su e giù. La gonna le arrivava a metà polpaccio, come si usava, ma da dov’ero seduto riuscivo comunque a contemplare sotto il
tavolo l’incessante movimento di quella gamba. Restò lì a quel modo per almeno due ore, prendendo appunti senza mai interrompersi, e per tutto quel tempo io non feci altro che osservare il modo in cui i suoi capelli erano divisi da una linea netta e regolare e il modo in cui quella gamba non la smetteva di muoversi su e giù. Mi domandavo, non per la prima volta, che sensazione dava a una ragazza muovere una gamba a quel modo. Lei era concentrata sullo studio, e io, con la mente di un diciottenne, ero concentrato sul desiderio di infilarle una mano sotto la gonna. Il forte impulso di correre in bagno era tenuto a bada dalla paura di essere sorpreso da un bibliotecario, da un insegnante o addirittura da uno studente ri-spettabile, venire espulso e finire in Corea come fuciliere.


(Philip Roth, Indignazione, Einaudi 2009, pag. 31)